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La doppia vita di Veronica

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Mi piace ricopiare qui questa bella recensione di Andrea Olivieri:

Ortega Y Gasset, dice che l’identità di una persona è il composto di se stessa e della sua circostanza. Ma se la circostanza comprende un altro se stesso, come può agire il proprio sentimento? 

Le due Veroniche non s’incontrano mai; una delle due soltanto vedrà l’altra, si vedrà nell’altra e questa morirà dopo poco. Ciò significa che il vero incubo inizia quando la realtà non permette di essere di fronte al proprio doppio, a se stessi, in modo tale da risolvere l’apparente assurdo. Non si resta più, alla fine, singoli. 

“La doppia vita di Veronica” non è quindi una banale esercitazione sul tema del doppio, piuttosto, un’interrogazione di commovente spiritualità e di vertiginosa raffinatezza linguistica, sul nostro intimo. Su quel dialogo che svolgiamo con noi stessi. 

Chi storce ancora il naso nei confronti dei temi kieslowskiani lamentandone origini mistiche, religiose o addirittura metapsichiche, dimentica, una volta ancora, che tutto il cinema dell’autore si regge su di un atto non esattamente di fede, quello del Caso. Quel caso che determina il nostro destino, nel quale non dobbiamo comunque abbandonarci passivamente. 

Al contrario: poiché tutto è segnato, tanto vale esporci (moralmente, esistenzialmente), senza troppi calcoli morali o mercantili. Non in una fuga frettolosa nel fantastico, e nemmeno in un rifugio freddoloso nello spiritismo. Non occorre scomodare Dio, sembra dirci Kieslowski, e nemmeno l’irrazionale: basta un pò di buon senso e umiltà nell’accettare quei segni che possono anche sfuggirci, nell’assumere ciò che il nostro istinto e le nostre sensazioni ci suggeriscono, senza il terrore preconcetto delle soluzioni che non siano garantite nero su bianco. 

Come il pensiero del suo autore, il cinema di Kieslowski è di un’inquietudine, ed al tempo stesso di una serenità sconvolgente. La sua padronanza dell’ambiente, il suo modo d’inserire gli oggetti, di sfruttare l’ambiguità dei riflessi, delle illuminazioni; di amplificare e privilegiare i suoni, di sfruttare la musica, di giocare in questo film di “doppi” sugli specchi, le lenti, i prismi, le superfici trasparenti che separano ma permettono di vedere, di conoscere, di ribaltare i significati; ogni aspetto dello sguardo cinematografico concorre a rimettere in dubbio le nostre certezze. 

Un viaggio nell’ignoto che può compensare le miserie di quello conosciuto. Ma, al tempo stesso, il cinema di Kieslowski rifiuta la trappola dell’irrazionale: grazie ad una “fisicità” che ha pochi confronti; uno sguardo che sa farsi quasi tattile, quando una mano accarezza le rughe di un tronco d’albero per tentare di ricordare. È un cinema che vive del contrasto tra una struttura drammatica potentemente dominata, ed una visione registica aperta ad ogni suggestione. 

In una storia priva di veri e propri avvenimenti, “La doppia vita di Veronica” costituisce allora un seguito ininterrotto di annotazioni poetiche che, lontane dallo sconfinare nell’astrazione, conducono magistralmente al concreto. Siano lacrime su un viso che scopriamo essere le prime gocce di pioggia, la vibrazione fremente di un canto che si muta nello smarrimento della morte, il buio disperato di questa che rinasce in due corpi allacciati in un atto d’amore, il soffio di vita che il burattinaio può inculcare o togliere a piacimento, gli altri mille fili sottili ci legano alla realtà ma ci rimandano continuamente al suo mistero. Costituiscono per lo spettatore momenti irripetibili di riflessione.

Irene Jacob ha vinto al Festival di Cannes 1991 il Premio per la Migliore Interpretazione femminile.

Written by meneceo

6 febbraio 2009 at 13:23

Pubblicato su Cinema

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