Kepos, il giardino

Blog di un epicureo cinefilo

L’ acqua perduta di Milano

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Riporto qui un bellissimo articolo di G.Mura apparso sulle pagine di Repubblica l’8 gennaio 2006.

MILANO – L’ ultimo barcone con le bobine di carta per le rotative arrivò sotto il Corriere il 15 marzo 1929. Le cartiere, la Burgo, la Binda, erano oltre le mura, verso Corsico. Ma ancora nel ‘ 51 alla Darsena di Porta Ticinese si contarono 697.130 tonnellate di merce e questo faceva di Milano il dodicesimo porto italiano, dopo Ancona e prima di Palermo.

Parlare di Navigli oggi, a Milano, ha qualcosa di scivoloso. Un po’ per l’ inevitabile gioco passato-presente (che poi non è un gioco), un po’ perché i Navigli non sono due, come molti credono (il Naviglio grande e il Pavese, uniti dalla Darsena) ma cinque.

Quando il tassista dice «va bene se facciamo la Cerchia dei Navigli?» uno risponde distrattamente di sì e non pensa che una volta si diceva Cinta dei Navigli e quello della Martesana arrivava a Milano in pieno centro: entrava da via Gioia, fiancheggiava la Cassina di Pomm (dove Casanova ebbe le grazie della bella Zenobia il giorno prima delle di lei nozze), passava il Ponte delle Gabelle, arrivava in San Marco, dove formava un laghetto, e poi avanti, via Fatebenefratelli, via Senato, via san Damiano verso corso Monforte: lì c’ era il ponte detto delle Sirenette, in ghisa, tanto che per la gente divennero familiarmente le sorelle Ghisoni. Adesso sono al Parco Sempione.

“I cà di sciori”, le case dei signori, cioè dei nobili, dei ricchi o di tutt’ e due le cose insieme, sono concentrate qui, e la più bella, la più dipinta era quella dei Visconti di Modrone, col suo splendido giardino e le preziose balconate. Un altro laghetto era in Santo Stefano, realizzato intorno al 1388, al tempo di Giangaleazzo Visconti, dalla Fabbrica del Duomo. Già, il Duomo, «una cava di marmo vestita da sposa» cantava Dario Fo. Tutto il marmo di Candoglia, sul lago Maggiore, arrivava a Milano sull’ acqua, e i barconi che trasportavano materiale per la costruzioni non pagavano dazio e recavano la scritta A. U. F. (ad usum Fabricae) e da qui deriva (a designare gli scrocconi) l’ espressione «andare a ufo».

Ancora da quel mondo ci arriva «non dare corda», perché «dare corda»per i barcaioli era sciogliere le funi che assicuravano il natante alla riva, mentre un altro con una pertica lo indirizzava nel giusto senso della corrente. Non dare corda significa non dare spazio a un tale che presumibilmente è un seccatore, non incoraggiarlo.

Dalle vecchie piantine di Milano (c’ è una bellissima incisione del Matthaus, seconda metà del Seicento) si capisce com’ era: circondata dall’ acqua e con un cuore navigabile. Nessuna città europea aveva queste caratteristiche. Il Naviglio Grande fu il primo canale navigabile, al mondo. Esce dal Ticino a Tornavento, va a morire nella Darsena dopo 57 chilometri.

I lavori di scavo cominciarono nel 1179 e terminarono dopo 32 anni. Secondo Guido Lopez, storico milanese, «nel 1929 fu perduta un’ isola pedonale già bella e pronta». In sostanza, da allora ci si sbatte per la vivibilità di un centro storico che la doppia cintura d’ acqua garantiva, pur con qualche inconveniente (gli scarichi, le zanzare), e che adesso non garantisce più nessuno. Come nessuno, tranne qualche artista, protestò davanti all’ interramento del Naviglio, una sepoltura vera e propria (progetto dell’ ingegner Cesare Albertini). La contestazione più forte uscì sul Marzocco, giornale di Firenze, a firma di Luca Beltrami, senatore del Regno, architetto, l’ uomo che recuperò il Castello Sforzesco.

Questo Naviglio centrale viene inumato e festeggiato da una mostra di 301 dipinti sui Navigli. Ospite d’ onore il padre della modernizzazione, il Podestà Giuseppe Capitani d’ Arzago, che non è un pesce piccolo: sottosegretario al Tesoro nel ministero Facta, ministro dell’ Agricoltura nel primo ministero Mussolini.

Giuseppe Pontiggia ha riassunto molto bene il tutto: «Le città attraversate da fiumi e da canali ne traggono una linfa vitale e segreta: ma gli uomini, nella loro tendenza proterva a ridurre l’ ideale al materiale, la interpretano come efficienza dei trasporti. Anche Milano è stata vittima di questa allucinazione. Ha impiegato secoli di lavoro geniale per trasformarsi in una città acquatica, rendendo sempre più capillare la trama dei canali e la civiltà dei rapporti. Ma poi, nel giro di un secolo, dominata da due miti moderni, la macchina e la velocità, ha iniziato e in gran parte coperto il percorso contrario. Trasformare le vie d’ acqua in vie asfaltate appariva un’ operazione coerente con lo sviluppo della città; non si capiva che se ne tradiva la storia, se ne spegneva la bellezza, se ne impoveriva l’ umanità».

Secondo Stendhal (annotazione del 4 ottobre 1816), «Milano è la città d’ Europa con le strade più comode e i più bei cortili. Questi cortili, quadrati come quelli dei greci, sono circondati da colonne di granito. In tutta Milano si trovano ben ventimila colonne di granito. Arrivano dal lago Maggiore su un canale che sta nella città come un boulevard, dalla Bastille alla Madeleine, canale cui mise mano anche Leonardo. Noi non siamo che dei barbari». E noi, chissà.

Anche Simenon amava il Naviglio, specie con la nebbiolina vaga d’ inverno. Il suo studio era in vicolo dei Lavandai, ancora ci sono i lavatoi di pietra dove le lavandaie appoggiavano “el brellin”, un’ asse di legno che le riparava dal freddo e dal ruvido. Le lavandaie lavavano ancora, fino agli anni Sessanta. Quando Ivan Della Mea compose una canzone contro la retorica del Naviglio: «Gh’ è chi dis che l’ è bela/ quest’ acqua marscia/’ sto scarich pubblich/ de cess, de ruera». Ruera è l’ immondizia, i rifiuti in genere. Dice: «In quella zona ci ho vissuto e le lavandaie, i barcaioli, i cavatori di sabbia e di ghiaia facevano un lavoro da bestie. Nelle acque non cristalline c’ erano già delle pantegane grosse così. Ricordo che in viale Gorizia abitava Elio Vittorini e faceva lunghissime passeggiate notturne, da solo, specie dopo che gli era morto il figlio.

Era una zona viva, dove sentivi il milanese vero e quello arioso, si andava alla Magolfa dalla sciora Maria a sentir cantare qualcuno, adesso è inutile muoversi, non c’ è da sentire nessuno e soprattutto non c’ è parcheggio».

Nanni Svampa, un altro che ha molto cantato Milano, rievoca la Briosca, col Pinza a cantare e la Wanda che ballava sui tavoli: era un ballerino gay della compagnia Osiris, di lì il soprannome. Quegli anni un po’ li ho vissuti, ricordo il Meazza che suonava i bicchieri, il Praticello sotto lo svincolo per l’ autostrada di Genova.

Andare sui Navigli la sera, specie con una ragazza, era considerato trasgressivo. Perché più o meno il mangiare era sempre quello (molti salumi, pasta e fagioli, polenta, trippa), il bere anche (Barbera, non sempre all’ altezza, ma anche vino pugliese, da cui “trani”, non sempre a gogò, come cantava Gaber). E poi partivano le canzoni, che erano sporche e in dialetto. Questo consentiva alle signore di non cogliere le decine di doppi sensi, e ai signori di farglieli notare. Si cominciava con Porta Romana, La povera Rosetta e il piatto forte era El gir del mond, di cui sono state incise versioni purgate, castissime. Il tutto per poche lire.

Chi aveva più soldi andava al Derby, verso San Siro, e lì era cabaret, spesso grande cabaret. Sui Navigli, canzoni popolari o canzonacce spacciate come «della mala». Gli appassionati di jazz andavano al Capolinea. Joe Venuti suonava il violino e diceva di sentirsi come a New Orleans, ma forse voleva solo essere gentile o coglieva un’ atmosfera che c’ era, effettivamente, lungo quei corsi d’ acqua, e derivava dalle persone che ci abitavano e da quelle che ci andavano la sera. Un’ operazione-nostalgia può idealmente portare a una nuova mostra, e far rivedere i quadri di Angelo Inganni, di Emilio Gola, di Giovanni Segantini, di Filippo De Pisis, di Umberto Lilloni, o le incisioni di Federica Galli: sono scorci, frammenti, pezzi di Naviglio. Che belli. E rileggere due righe di Dino Buzzati: «Il buon odore del Naviglio, che veniva su al tramonto con quel sapore di salsedine che sembrava di essere a Venezia».

Il buon odore del Naviglio non so cosa sia, non l’ ho mai trovato e non l’ ho mai cercato. Però mi piaceva quella sorta di melting pot, quel sentirsi insieme a Milano e fuori Milano. Era un quartiere non ricco, se non di umanità. L’ ideale per milanesi anziani, famiglie numerose di immigrati, artisti e bohémien, ma anche grandi e piccole fabbriche (scomparse una dopo l’ altra) e piccolissimi, geniali artigiani. Lasciamo perdere Parigi, la rive droite e la rive gauche. C’ era un’ identità, questo c’ era. Magari erano case di ringhiera, con problemi di umidità e, talvolta, i servizi sul ballatoio. Ma teneva caldo, in qualche modo.

Il Naviglio della Martesana ha mantenuto qualcosa del suo fascino, nel fine settimana si vedono intere famiglie che pedalano sulla pista ciclabile e sono felici di mostrare ai piccolini la bellezza di un giardino, di una casa. Parlo della zona intorno allo Zelig. E ancora le bici servono per passeggiate lungo l’ argine, risalendo verso Castelletto di Cuggiono, Cassinetta di Lugagnano, per ammirare le cà di sciori ancora in piedi, ma attraversando prima un orizzonte di fabbriche dismesse, da destinare chissà a che, di palazzi sventrati per comodi loft.

Perché adesso la zona è modaiola, o trendy, e i prezzi si sono impennati. I milanesi affollano i Navigli di notte, fino a tardi, fra una finta osteria e un ristorante che ha esposto il menù solo in inglese, tra decine di locali tutti uguali che hanno trasformato i Navigli in un divertimentificio quasi obbligatorio.

E ogni casa è imbrattata dallo spray: se ci fosse un concorso per nominare i più stupidi sporcamuri d’ Europa, lo vincerebbero quelli di Milano, non ho dubbi.

All’ 8 di via Alzaia Naviglio Grande c’ è la botteghina di Giorgio Pastore (trovarobato, piccolo antiquariato, curiosità varie). «Una volta veniva Moratti, e la principessa Trissino, e la contessa Borromeo che faceva collezione di bambole antiche». Genovese, Pastore è qui dal ‘ 67. Ancora cinque mesi e sarà sfrattato. «Prima è toccato a quelli del 12, poi a quelli del 10. Sono andati via l’ Adolfo Valtorta, galvanotecnica, lo stracciaio Crespi, il Dino che restaurava da dio avori e tartarughe, il lattoniere Brechet, il Negretti vinaio dell’ Oltrepò, un panettiere, un parrucchiere, una scuola di yoga, un calzolaio, è rimasto un fruttivendolo ma sta facendo fagotto anche lui. E vengono su come funghi questi locali tutti uguali, sono cinquantotto da qui al ponte di via Valenza, poche centinaia di metri, ed erano undici, sono cinquanta sul Naviglio Pavese e una quarantina nelle stradine laterali. E sa cosa significa? Che c’ è fracasso fino a dopo le 4 e alle 6.30 passa il camion della pulizia».

Di fianco c’ è la bottega d’ arte di Maria Teresa Piantanida, che pure dipinge. Con Pastore e altri ha fondato Gente per il Naviglio: per resistere, per non andare via, per sensibilizzare gli altri milanesi. «Vede, è molto semplice. Qui non ti rinnovano l’ affitto oppure sì, ma quadruplicato. Comprare, per un pittore o un piccolo artigiano, è impossibile. Ne deriva uno spopolamento di giorno e un superaffollamento di notte, che ha poco di milanese, davvero. Sembra un lunapark».

Sembra anche peggio, un non-luogo, un posto senz’ anima, un guscio vuoto. La Darsena è quasi asciutta, stanno costruendo un maxiparcheggio per i nottambuli. «Restituiamo dignità a questi luoghi che sono stati umiliati e che devono tornare a essere espressione del vivere civile di un tempo e memoria storica di una città», così c’ è scritto sull’ appello. Hanno già raccolto 4.500 firme da marzo. «Non cavalchiamo la nostalgia ma la voglia di dignità» dicono. Hanno ragione, firmo anch’ io, ma aver ragione in questa città incanaglita, incanalata e immemore è il modo più sicuro di aver torto. Finché il modello è una Las Vegas di plastica, almeno.

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Written by meneceo

1 ottobre 2008 a 18:54

Pubblicato su Itinerari

2 Risposte

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  1. bellissimo!!!

    forse mi potete aiutare, vorrei sapere dove si trova il frammento di g. pontiggia… grazie mille

    cornelia

    5 febbraio 2011 at 16:47

  2. grazie, sig. Mura!

    cornelia

    5 febbraio 2011 at 16:48


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